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Il caso di Mario Roggero, il gioielliere di Grinzane Cavour che nel 2021 sparò contro tre rapinatori uccidendone due e ferendo il terzo, continua a essere uno dei casi giudiziari più discussi degli ultimi anni. Il 13 novembre 2025 la Corte d’Assise d’Appello ha confermato la condanna a 17 anni, respingendo nuovamente la possibilità di riconoscergli la legittima difesa.
Una sentenza che ha riacceso un dibattito nazionale complesso, fatto di paure, percezioni di insicurezza e confini difficili da tracciare tra difesa, eccesso di reazione e vendetta. Nel nuovo processo d’appello, l’avvocato generale Giancarlo Avenati Bassi ha usato parole destinate a restare impresse: «La giustizia vera non può essere dalla parte del far west».
La rapina del 28 aprile 2021
È il pomeriggio del 28 aprile 2021 quando tre uomini armati fanno irruzione nella gioielleria di Mario Roggero. La rapina è rapida, violenta, concitata. Durante il tentativo di fuga dei rapinatori, Roggero esce dal negozio con una pistola che – come accertato – non avrebbe potuto portare all’esterno. Parte una sequenza di spari: due rapinatori vengono uccisi, il terzo rimane ferito.
Le immagini delle telecamere interne ed esterne, insieme alle telefonate al 112 fatte da Roggero dopo i fatti, sono diventate prove centrali nei processi. Fin da subito, la domanda chiave è stata: era ancora in pericolo quando ha sparato?
Il primo processo e la condanna del 2023
Nel dicembre 2023, la Corte d’Assise di Asti condanna Roggero a 17 anni. Per i giudici, non c’erano i presupposti per la legittima difesa. La ricostruzione peritale sostiene che, nel momento in cui avvengono gli spari letali, la minaccia era cessata.
È un verdetto che spacca l’opinione pubblica. Da una parte chi vede Roggero come un uomo terrorizzato che ha reagito d’istinto, dall’altra chi parla di una reazione sproporzionata.
L’appello: «Non esiste legge che autorizzi la vendetta»
Nel processo d’appello, l’avvocato generale Avenati Bassi è netto: «Quando non sei più in pericolo, chiami la polizia. Non diventi tu la polizia, poi giudice e poi boia». Parole che mirano a definire il confine tra difesa e vendetta.
A sostegno dell’accusa interviene anche il procuratore Davide Greco, che aveva già sostenuto l’impianto accusatorio in primo grado: «Le prove parlano chiaro: l’imputato esce con una pistola non autorizzata e spara con l’obiettivo di uccidere. Non è legittima difesa, è illegittima vendetta».
Una delle questioni più dibattute riguarda lo stato psicologico di Roggero: le perizie hanno concluso che era pienamente lucido e non affetto da un disturbo post traumatico tale da alterarne il giudizio.
La difesa: «Ha agito in stato di shock»
Dall’altra parte, la difesa sostiene che Roggero sia stato travolto dalla paura e dallo shock, e che la sua reazione sia stata dettata da un istinto di sopravvivenza. Secondo il suo legale, «non c’è stato un atto di vendetta, ma un uomo terrorizzato che ha agito senza lucidità».
È la linea che la difesa tenterà nuovamente di far valere nei prossimi gradi di giudizio, anche se il contesto processuale continua a non considerarla sufficiente.
Un caso che divide l’Italia
Il caso Roggero non è solo una vicenda giudiziaria: è diventato un simbolo di un conflitto sociale più ampio. Sono in molti a chiedersi: fino a che punto ci si può difendere? E dove comincia l’eccesso?
Sui social e nelle piazze digitali emergono due blocchi contrapposti:
- chi difende Roggero, sostenendo che chi subisce una rapina non può essere trattato come un criminale;
- chi difende la sentenza, ricordando che la legge italiana è chiara: se il pericolo è cessato, l’uso delle armi non è più giustificato.
La legittima difesa in Italia: cosa dice la legge
Il tema della legittima difesa è complesso. Pur essendo stata modificata negli anni e ampliata in alcuni aspetti, non permette di reagire con armi letali quando la minaccia non è più attuale. Il principio fondamentale rimane la proporzionalità.
Per questo motivo, nei processi è stata centrale la ricostruzione del momento esatto in cui Roggero ha sparato e delle distanze coinvolte.
Le motivazioni della nuova sentenza
Pur in attesa del deposito delle motivazioni scritte, la conferma della condanna lascia intendere che per i giudici:
- la minaccia fosse finita al momento degli spari;
- non vi fosse necessità immediata di proteggere sé o altri;
- la pistola detenuta fosse fuori dai limiti di legge;
- l’azione costituisse una reazione punitiva più che difensiva.
Un quadro che rende difficile, per la difesa, ribaltare la decisione.
Cosa succede ora
La strada giudiziaria non è finita: la difesa potrebbe ricorrere in Cassazione, anche se i margini sono considerati ridotti. Intanto, il dibattito resta apertissimo.
Domande frequenti
Perché non è stata riconosciuta la legittima difesa?
Perché secondo i giudici il pericolo era cessato e l’azione di Roggero non era più difensiva, ma punitiva.
La pena di 17 anni è definitiva?
No, potrà essere impugnata eventualmente in Cassazione.
Quali prove hanno influito sulla condanna?
Le immagini delle telecamere, le perizie balistiche e psicologiche, e le telefonate al 112.
Cosa ha detto la Procura?
Che non si tratta di legittima difesa, ma di una reazione intenzionale e non necessaria.
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Fonti e approfondimenti
- ANSA
- La Stampa
- Corriere della Sera
- La Repubblica
In sintesi
- Il caso di Mario Roggero, condannato a 17 anni per eccesso di reazione durante una rapina, ha riacceso un ampio dibattito sulla legittima difesa.
- La Corte d’Assise ha stabilito che Roggero non era in pericolo al momento degli spari, considerandoli una vendetta illegittima.
- Le prove, tra cui video e perizie psicologiche, hanno influenzato la condanna escludendo il riconoscimento della legittima difesa.
- Il caso divide l’opinione pubblica tra chi sostiene Roggero e chi difende la sentenza, in un contesto legale complesso.
- La difesa potrebbe fare ricorso in Cassazione, ma le possibilità di successo sembrano ridotte.
