Il riconoscimento dell’UNESCO alla cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità doveva essere, almeno nelle intenzioni, un momento di celebrazione collettiva: un’etichetta simbolica per proteggere un modo di vivere prima ancora che un elenco di ricette. In Italia la notizia è stata accolta come una rivincita identitaria e un investimento sul futuro, tra turismo, filiere e tutela del made in Italy. Eppure, appena l’annuncio ha fatto il giro del mondo, dal Regno Unito è arrivata una reazione rumorosa e tagliente che ha cambiato il tono del dibattito: “Una truffa”, ha scritto e sostenuto il critico gastronomico britannico Giles Coren, noto per i toni provocatori.
Non è la prima volta che, tra Italia e Inghilterra, la discussione sul cibo diventa un piccolo scontro culturale. La novità è che stavolta il terreno non è una carbonara con la panna o una pizza con l’ananas, ma un riconoscimento istituzionale, discusso e votato in un contesto internazionale. Il risultato è un cortocircuito perfetto: da una parte l’idea della cucina italiana come rito sociale, dall’altra l’attacco che la riduce a mito, marketing, nostalgia e stereotipo. In mezzo, un’onda di commenti sui social, il tifo da stadio e una domanda che vale più del titolo: cosa significa davvero “patrimonio immateriale” quando si parla di cucina? E perché quella parola – patrimonio – fa così paura a chi la considera un’esagerazione?
Il sì dell’UNESCO: non una lista di piatti, ma una cultura quotidiana
Il punto di partenza è il 10 dicembre 2025: il Comitato intergovernativo dell’UNESCO, riunito a Nuova Delhi, ha riconosciuto la cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità. Una definizione che, a differenza di quanto spesso si crede, non riguarda la bontà assoluta di un piatto o la supremazia di una scuola culinaria. Riguarda le pratiche: i gesti, le ricorrenze, le trasmissioni familiari, le comunità che si riconoscono in un modo di cucinare e di stare a tavola. È un timbro culturale, non una medaglia gourmet.
In queste ore molti hanno letto il riconoscimento come “l’UNESCO dice che la cucina italiana è la migliore”. Non è così. L’UNESCO, in casi simili, parla di identità, coesione sociale e memoria collettiva. Nel caso italiano, il cuore del dossier sta nell’idea di una cucina fatta di territori, stagioni, diversità bio-culturale, saperi tramandati e convivialità. È il pranzo della domenica, ma anche il mercato rionale, la nonna che insegna a chiudere la pasta ripiena, il lessico del cibo che diventa dialetto, appartenenza, racconto di famiglia. È una cultura che vive anche quando non ci sono ristoranti stellati e fotografie perfette.
La politica, naturalmente, ha rivendicato il risultato. Il governo italiano ha salutato il riconoscimento come un pezzo di identità nazionale e uno strumento per valorizzare e difendere i prodotti italiani. Non solo: il timbro UNESCO, nella percezione globale, tende ad amplificare un’immagine e a muovere curiosità, viaggi, investimenti. In altre parole: è cultura, ma anche economia. Ed è proprio questo incrocio a rendere la questione sensibile e, per alcuni, attaccabile.
L’attacco che arriva da Londra: “Una truffa”, la provocazione di Giles Coren
Nel Regno Unito la reazione più discussa è stata quella di Giles Coren, giornalista e critico gastronomico, che ha commentato con toni durissimi la scelta dell’UNESCO. Il senso del suo intervento, ripreso e rilanciato anche in Italia, è che l’idea della superiorità culinaria italiana sarebbe un mito alimentato nel tempo e che il riconoscimento sarebbe “prevedibile” e frutto di un certo conformismo culturale. Per Coren non si tratterebbe di una conquista, ma di una narrazione ripetuta così tante volte da diventare dogma.
La parola che ha fatto saltare tutti sulla sedia, “truffa”, è un classico da polemica: una formula breve, indignata, perfetta per i titoli e per i social. È anche una parola che sposta subito il discorso dal gusto alla morale: non “non mi piace”, ma “ci stanno ingannando”. E quando in ballo c’è l’UNESCO, l’accusa pesa ancora di più, perché si sottintende che un’istituzione internazionale sia stata raggirata, sedotta da propaganda e folklore.
La provocazione, però, non si è fermata lì. Nel racconto che circola in queste ore, Coren avrebbe contrapposto alla “mitologia italiana” l’orgoglio per la tradizione inglese, suggerendo che anche la cucina britannica meriterebbe difesa e riconoscimento. Un ribaltamento quasi identitario: non più l’Inghilterra che rincorre l’Italia sul piano del gusto, ma l’Inghilterra che si stanca del complesso d’inferiorità e alza la voce. Il risultato è un dibattito che, più che su pasta e sugo, sembra parlare di status culturale.
Perché proprio adesso? Il riconoscimento come detonatore di vecchi stereotipi
C’è un motivo per cui questo tipo di attacco esplode “adesso”. I riconoscimenti internazionali funzionano da moltiplicatore: rendono ufficiale ciò che molti pensavano già e, proprio per questo, possono irritare chi vede un eccesso di consenso. In pratica: se un pubblico percepisce l’Italia come già “vincente” nel campo gastronomico, l’idea che un organismo globale lo certifichi può sembrare ridondante, o peggio trionfalistica. È l’effetto “ancora voi?”.
Ma lo scontro poggia anche su stereotipi antichi. In Inghilterra il rapporto con il cibo europeo è cambiato moltissimo negli ultimi decenni, ma l’ombra della vecchia battuta (“in UK si mangia male”) non è mai sparita del tutto. Allo stesso tempo, l’Italia all’estero è spesso ridotta a cartolina culinaria: pasta, pizza, espresso, nonne, piazze. L’UNESCO, nel suo linguaggio istituzionale, prova a spostare l’attenzione dalla cartolina alla cultura. La polemica, paradossalmente, riporta tutto alla caricatura.
È qui che la frase “truffa” diventa più che un insulto: diventa una contestazione della narrazione italiana nel mondo. In sostanza: l’Italia sarebbe brava a raccontarsi, a vendersi, a far diventare desiderabile il proprio stile di vita. Non è un’accusa nuova. Il turismo italiano vive anche di questo: l’idea di un Paese dove il cibo è felicità quotidiana, lentezza, convivialità. Il punto è che, anche quando c’è marketing, il nucleo culturale non sparisce. E il riconoscimento UNESCO, almeno nelle intenzioni, prova a proteggere proprio quel nucleo.
Che cosa premia davvero l’UNESCO: la tavola come luogo sociale
Per capire la distanza tra il riconoscimento e l’attacco, bisogna tornare alla definizione di “patrimonio immateriale”. Non è un premio alla ricetta perfetta. È una tutela delle pratiche culturali vive: tradizioni orali, arti dello spettacolo, rituali, festività, saperi artigianali, pratiche sociali. Traslando sulla cucina, l’oggetto diventa il modo in cui una comunità si riconosce nel cibo, come lo produce, come lo consuma, come lo tramanda.
In Italia il gesto culinario è spesso un gesto di relazione. Lo si vede nelle ricorrenze: Natale, Pasqua, domeniche, matrimoni, sagre. Lo si vede nelle differenze regionali, dove ogni zona ha un lessico, un’impalcatura di ingredienti, una storia di migrazioni e scambi. Lo si vede perfino nelle discussioni infinite sulle varianti: carbonara sì/no, ragù alla bolognese autentico, tiramisù di qui o di là. A volte sembra pedanteria, ma è anche la prova che il cibo è linguaggio identitario: ci si litiga perché conta.
È questo che l’UNESCO intende valorizzare: un patrimonio di pratiche e significati. Un ragù non è soltanto “buono”, è tempo, cura, gerarchie familiari, ruoli, memoria. La pasta fatta in casa non è solo farina e uova: è un sapere che passa da una generazione all’altra, spesso in modo informale e domestico. La cucina italiana, in questo senso, è un insieme di microculture che convivono in una grande narrazione nazionale. Ed è proprio questa complessità che l’etichetta UNESCO può aiutare a proteggere, soprattutto quando il mercato globale tende a semplificare e standardizzare.
L’effetto social: dall’orgoglio nazionale al tifo da stadio
Come sempre accade quando un tema identitario incontra la provocazione, la reazione italiana online è stata immediata. C’è chi ha risposto con ironia (“parlano loro”), chi con rabbia, chi trasformando la polemica in un’occasione per difendere il Paese a prescindere. La figura del critico inglese è diventata un bersaglio perfetto: simbolo di un’arroganza percepita, di un “non capiscono”, di un’invidia caricaturale. Il rischio, in queste dinamiche, è che la discussione perda i suoi contenuti reali e diventi solo scontro tribale.
Eppure la polemica, se la si guarda con freddezza, ha anche un effetto collaterale interessante: costringe a spiegare meglio il senso del riconoscimento. Molti italiani hanno scoperto in queste ore che l’UNESCO non sta dicendo “la cucina italiana è più buona di tutte”, ma “la cucina italiana, come pratica sociale e culturale, merita tutela”. In un Paese dove spesso la cultura viene data per scontata, doverla argomentare può essere utile. Anche una provocazione, a volte, obbliga a chiarire cosa si sta difendendo davvero.
Il lato economico: tutela del made in Italy e lotta all’Italian sounding
Accanto alla dimensione simbolica c’è quella economica, che in Italia pesa moltissimo. La cucina italiana nel mondo non è solo ristorazione: è export, turismo, filiere, lavoro, identità dei territori. Un riconoscimento UNESCO può diventare una leva in più per promuovere la qualità e contrastare il fenomeno dell’Italian sounding, cioè la vendita di prodotti che imitano nomi e immagini italiane senza esserlo davvero. In questo senso, la “narrazione” non è soltanto immagine: è anche protezione.
Chi critica il riconoscimento, spesso, lo fa anche perché vede in queste operazioni un potenziamento del brand Italia, già fortissimo sul piano gastronomico. È un’osservazione che può avere un fondo di realismo: sì, il cibo è anche potere morbido, influenza culturale, mercato. Ma ridurre tutto a marketing significa ignorare la ragione per cui quel brand esiste: perché dietro c’è una cultura alimentare diffusa, capillare, che non appartiene solo agli chef ma alle famiglie, ai paesi, alle città, alle campagne.
Il punto, semmai, è un altro: come evitare che il riconoscimento diventi solo un’etichetta da usare nelle brochure. La sfida vera non è rispondere a un critico inglese, ma trasformare l’attenzione in politiche e pratiche: educazione alimentare, tutela delle produzioni locali, sostenibilità, protezione del lavoro agricolo, rispetto della stagionalità, lotta allo spreco. Se il patrimonio resta vivo, l’etichetta ha senso. Se diventa solo slogan, la provocazione “truffa” trova terreno fertile.
La domanda scomoda: esiste una “cucina nazionale” in un Paese di mille cucine?
Un’obiezione che può emergere, anche senza malizia, è questa: l’Italia è davvero una cucina unica? O sono cucine? La forza italiana sta proprio nella pluralità: Nord e Sud, mare e montagna, isole e pianure, tradizioni contadine e borghesi, influenze arabe, francesi, austriache, balcaniche. Parlare di “cucina italiana” rischia di appiattire questa complessità. Eppure l’UNESCO, quando riconosce una pratica, non nega le differenze interne: le ricomprende. In altre parole, il riconoscimento non dice che esiste un piatto nazionale perfetto, ma che esiste un tessuto condiviso di rituali e significati legati al cibo.
La cucina italiana è anche una grammatica: pochi ingredienti, centralità della materia prima, stagionalità, attenzione al territorio, riti della tavola. È una grammatica che cambia da regione a regione, ma resta riconoscibile. È questo che molti stranieri percepiscono come “Italia”: non solo un menu, ma un modo di mettere il cibo al centro della vita sociale. Criticarla come mito significa ignorare che, in larga parte, quel mito è nato dall’esperienza concreta di milioni di persone che in Italia hanno mangiato, imparato, ricordato.
Perché la polemica non toglie nulla al riconoscimento (e cosa possiamo imparare)
La verità è che l’attacco di un singolo critico – per quanto rumoroso – non cambia la sostanza del riconoscimento. Ma può cambiare il modo in cui lo raccontiamo. Se la risposta italiana diventa solo “noi siamo i migliori e voi rosicate”, si perde l’occasione di fare un discorso più serio: la cucina come patrimonio, come welfare informale, come linguaggio culturale, come relazione tra generazioni. La cucina italiana è un bene comune perché tiene insieme famiglie, territori, tradizioni e innovazione. È un patrimonio perché vive nel quotidiano e perché, come tutto ciò che è vivo, può essere fragile: globalizzazione, omologazione, perdita di competenze, precarietà delle filiere.
In questo senso, la polemica è quasi un promemoria: il riconoscimento non è il traguardo, è l’inizio. Non basta dire “UNESCO” per proteggere davvero un patrimonio. Bisogna investire nei territori, formare, sostenere chi produce, difendere le biodiversità, raccontare le differenze invece di vendere un’Italia standardizzata. Bisogna fare in modo che la cucina resti un fatto sociale e non solo un prodotto da esportare. Se si riesce in questo, la provocazione perde forza, perché diventa evidente che non c’è nessuna “truffa”: c’è una cultura complessa, viva, e perfino autocritica.
E alla fine, forse, la risposta migliore a chi urla “truffa” non è un insulto di ritorno. È un invito, semplice e disarmante, a guardare oltre lo stereotipo: sedersi a tavola con una famiglia qualunque, in una città qualunque, in un giorno qualunque. Capire che, per molti italiani, cucinare e mangiare insieme non è solo piacere: è appartenenza. E questo, che piaccia o no, è esattamente ciò che l’UNESCO prova a proteggere quando parla di patrimonio immateriale.
Punti chiave
- L’UNESCO ha riconosciuto la cucina italiana come patrimonio culturale immateriale, non per la bontà dei piatti, ma per le pratiche sociali e culturali che la definiscono.
- Il critico britannico Giles Coren ha definito questo riconoscimento come una ‘truffa’, accusando l’idea della superiorità culinaria italiana di essere un mito.
- La polemica ha suscitato un acceso dibattito sull’identità culturale e il significato di ‘patrimonio immateriale’ nella cucina.
- Il riconoscimento dell’UNESCO può incentivare il turismo e proteggere il made in Italy, ma deve essere accompagnato da politiche per tutelare le tradizioni culinarie.
- La cucina italiana è una pluralità di tradizioni e pratiche, e il riconoscimento UNESCO cerca di proteggere questa complessità, non di ridurla a un semplice marchio.
