Una statuina nella grotta. Una scritta grande, impossibile da ignorare. E un Natale che, invece di mettere tutti d’accordo, finisce per spaccare il paese in due: da una parte chi applaude, dall’altra chi grida allo scandalo. A Mercogliano, in provincia di Avellino, il presepe di Capocastello diventa un caso nazionale perché quest’anno a “nascere” non è un maschietto. È una bambina. E sopra la scena compare una parola che oggi basta da sola a far saltare i nervi: “Gesù Bambin@”.
La motivazione ufficiale è semplice, almeno sulla carta: “per non discriminare”. Ma la realtà è più complicata, perché qui non si parla solo di un dettaglio artistico. Si parla di fede, tradizione, linguaggio, ruolo delle donne nella Chiesa e, soprattutto, di un parroco che da anni non ama il silenzio: don Vitaliano Della Sala. Uno che il presepe lo usa come un megafono. E che, puntualmente, trasforma la grotta in un ring.
Il risultato è quello che ormai conosciamo: discussioni sui social, messaggi indignati nelle chat di famiglia, commenti velenosi fuori dalla chiesa e anche curiosi che entrano solo per “vedere com’è”. Perché il presepe, in Italia, non è mai solo un presepe. È identità. È memoria. È la cosa che “si è sempre fatta così”. E quando qualcuno cambia anche solo una virgola, scatta la guerra culturale.
Dove succede e cosa cambia davvero nel presepe di Capocastello
La scena è allestita nella chiesa di Capocastello, frazione di Mercogliano. Qui il presepe non è un angolo decorativo: è un appuntamento che ogni anno attira fedeli e visitatori. Questa volta, però, a colpire non sono le luci o le casette. È la scelta centrale: una Gesù bambina nella grotta, con la scritta “Gesù Bambin@” a segnare, nero su bianco, l’intenzione di rompere lo schema.
Il punto, infatti, non è se la statuina sia più o meno “bella”. Il punto è che la Natività, per milioni di persone, è il simbolo più intoccabile del Natale cristiano. E mettere lì un segno che parla di genere e di inclusione è come lanciare un sasso in uno stagno: le onde arrivano dappertutto. Anche dove non te l’aspetti. Anche dentro una comunità che magari, fino al giorno prima, discuteva di tutt’altro.
La scelta diventa immediatamente un messaggio. E, nel 2025, ogni messaggio viene letto come uno schieramento. Chi la vive come provocazione non vede più il presepe: vede “ideologia”. Chi la difende non vede più la polemica: vede “il Vangelo nel presente”. In mezzo, c’è chi resta spiazzato e si chiede: davvero era necessario?
“Per non discriminare”: la spiegazione del parroco e il richiamo agli “ultimi”
Don Vitaliano ha legato la scelta a un’idea precisa: oggi, sostiene, Cristo si “incarnerebbe” nei bambini e nelle bambine che vivono senza casa, senza terra, senza pace, senza domani. E nel suo discorso compaiono riferimenti diretti ai conflitti e alle tragedie che occupano i telegiornali: dalla Palestina e Gaza all’Ucraina, fino al Sud Sudan. Non è un presepe “neutro”. È un presepe che vuole parlare dell’adesso.
Il ragionamento è questo: se Gesù nasce povero e rifiutato, allora non può essere raccontato come una figurina imbalsamata, sempre uguale, sempre perfetta. Deve stare dalla parte degli ultimi. Deve disturbare. Deve costringere a guardare. Perché, secondo il parroco, la Natività non è una favola: è un pugno nello stomaco travestito da luce e paglia.
Il linguaggio scelto — quel “Bambin@” — non è quindi un vezzo grafico. È una bandiera. E il problema è che, quando alzi una bandiera, qualcuno ne alza un’altra. Il Natale, che dovrebbe essere tregua, diventa terreno di scontro. E la grotta diventa un palco.
La frase che fa più rumore: donne prete e “strada che non discrimina”
Dentro la spiegazione del presepe c’è un altro tema ancora più esplosivo: il ruolo delle donne nella Chiesa. Don Vitaliano parla di una “strada” che non discrimini più le donne che chiedono di poter essere preti. Un messaggio che, per chi è già contrario, suona come un attacco frontale. Per chi è favorevole, invece, è un segno dei tempi, un richiamo a un cambiamento che viene chiesto da anni.
Qui la discussione smette di essere “religiosa” in senso stretto e diventa politica. Perché parlare di donne prete significa toccare la struttura stessa della Chiesa cattolica. Significa infilare le mani dentro un tema che divide teologi, fedeli, gerarchie. E farlo nel presepe, proprio nel presepe, è come scegliere il momento più delicato dell’anno per far scoppiare una bomba simbolica.
È anche per questo che la polemica non resta confinata al paese. Perché non riguarda solo Mercogliano. Riguarda l’Italia intera, che da anni vive una tensione continua fra tradizione e cambiamento. E che, davanti a un simbolo come la Natività, perde rapidamente la pazienza.
Social, chat e piazza: la polemica corre più veloce della messa
In queste ore succede sempre la stessa cosa: il dibattito si sposta dal sagrato ai social. E sui social tutto si semplifica: o sei con lui, o sei contro di lui. C’è chi scrive che è una provocazione, che “si sta esagerando”, che “la fede non c’entra nulla”. C’è chi risponde che il presepe è vivo, che deve parlare alla gente del proprio tempo, che non si può far finta di niente mentre il mondo brucia.
Le chat di famiglia diventano un ring. “Hai visto cosa hanno fatto ad Avellino?” “Siamo alla follia.” “Finalmente qualcuno che ha coraggio.” E poi arrivano i commenti più pesanti, quelli che non cercano di capire ma solo di colpire. Il caso diventa una scusa perfetta per sfogare rabbie accumulate: contro la Chiesa, contro il “politicamente corretto”, contro chiunque sia percepito come “diverso”.
Intanto, nella realtà, la chiesa resta lì. Con i suoi banchi. Con la sua gente. Con fedeli che magari non vogliono saperne di guerre culturali e chiedono solo un Natale tranquillo. Ma la tranquillità, quando scoppia un caso mediatico, è la prima cosa che salta.
Chi è don Vitaliano Della Sala: un parroco che usa i simboli come megafono
Il presepe “di rottura” non nasce dal nulla. Don Vitaliano è conosciuto perché spesso lega la sua attività pastorale a messaggi sociali e politici. Non è il sacerdote che si limita a benedire e a ripetere. È uno che prende posizione. E chi prende posizione, soprattutto in un paese, lo sa: divide.
Negli anni passati, le sue rappresentazioni della Natività hanno già fatto discutere. Anche perché il presepe, nelle sue mani, non è solo tradizione: è racconto, è provocazione, è scelta di campo. E quando un parroco diventa un personaggio pubblico, ogni sua mossa viene letta come una sfida. Non importa se l’intenzione è pastorale o simbolica: la percezione, nel dibattito moderno, conta quasi più dei fatti.
Questa volta, però, la miccia è più potente. Perché tocca il cuore del Natale. E perché usa un linguaggio — quello dell’inclusione — che oggi è diventato, per molti, un campo minato. Basta una chiocciola. Basta un simbolo. E parte la guerra.
Tradizione contro cambiamento: perché il presepe è diventato un campo di battaglia
Il presepe, in teoria, è tenerezza. È la scena più dolce del cristianesimo. Ma nella pratica, in Italia, è anche identità culturale. È la cosa che “ci appartiene”. E quando qualcosa “ci appartiene”, scatta l’istinto di difesa. Anche se non si è credenti. Anche se la messa non la si vede da anni. Il Natale è uno dei pochi simboli condivisi. E proprio per questo è il più fragile.
La domanda vera, sotto la polemica, è sempre la stessa: una tradizione resta viva se non cambia mai? O resta viva solo se riesce a parlare al presente? C’è chi sostiene che cambiare il presepe significhi tradirlo. C’è chi sostiene che lasciarlo immobile significhi ridurlo a soprammobile. E in mezzo c’è la gente normale, che spesso non vuole scegliere una teoria ma vorrebbe solo che i simboli unissero invece di dividere.
Il problema è che oggi i simboli uniscono sempre meno. Perché ogni simbolo viene subito politicizzato. E quando la politica entra nella fede, la fede diventa un’arma. E quando la fede diventa un’arma, il dialogo finisce.
La questione del linguaggio: quel “Bambin@” che spacca più della statuina
Paradossalmente, per molti, il punto più irritante non è nemmeno la bambina. È la scritta. Quella chiocciola che in Italia fa impazzire chiunque. C’è chi la vede come un segno di rispetto e inclusione, chi come un’imposizione ideologica, chi come una “moda” importata. E allora il presepe diventa il posto dove si combatte una battaglia che in realtà riguarda altro: la paura di perdere punti fermi, la sensazione che “non si possa più dire niente”, il timore che la cultura cambi troppo in fretta.
Dall’altra parte, chi difende la scelta ribalta la prospettiva: se davvero si parla di un Dio che si fa uomo per tutti, perché si dovrebbe escludere una lettura simbolica che mette al centro anche il femminile? E se il messaggio è contro la discriminazione, perché reagire con insulti? È qui che la polemica, spesso, mostra la sua faccia peggiore: non la difesa della tradizione, ma la voglia di colpire chi prova a cambiare.
Il rischio, però, è che il linguaggio diventi una gabbia. Che si discuta solo del simbolo e non della sostanza. Che si litighi sulla chiocciola e non sul motivo per cui il parroco ha citato bambini senza casa e senza pace. E così il presepe, invece di far pensare, finisce per far urlare.
Gli “ultimi” al centro: quando il presepe si fa cronaca del presente
Nel messaggio di don Vitaliano c’è un’altra chiave che spesso passa in secondo piano, schiacciata dalla polemica sul genere: l’idea che il presepe debba raccontare la realtà. Che non possa restare una cartolina mentre fuori ci sono guerre, fame, migrazioni, violenze. È una visione che sposta la Natività dalla devozione privata alla responsabilità pubblica.
È un approccio che alcuni trovano coerente: se Gesù nasce fra i poveri, allora mettere al centro gli “ultimi” è fede concreta, non teoria. Altri, invece, lo rifiutano: “La chiesa non deve fare politica”, “Il presepe non è un comizio”, “La fede non si usa per l’attualità”. Eppure, storicamente, i simboli religiosi hanno sempre dialogato con il tempo in cui vivono. La differenza è che oggi ogni dialogo viene trasformato in scontro.
Così il presepe di Capocastello diventa uno specchio. Non tanto della Chiesa, quanto del Paese. Un Paese che fatica a discutere senza urlare. Che fatica a distinguere tra provocazione e riflessione. Che fatica a stare nella complessità. E preferisce scegliere un nemico.
Il precedente e l’effetto “casi”: quando ogni Natale diventa un titolo
Il fatto che don Vitaliano sia già stato al centro di discussioni in passato pesa, eccome. Perché quando un personaggio ha una storia di “presepi che fanno parlare”, il pubblico non guarda più la scena con innocenza. La guarda con sospetto: “Lo fa apposta”. E può anche essere vero che, nel mondo dei media, l’effetto “caso” sia diventato una calamita. Ma ridurre tutto a marketing o provocazione è una scorciatoia che non spiega perché la vicenda tocchi così tante persone.
La verità è che il Natale è il momento in cui tutti cercano qualcosa: conforto, famiglia, certezze. E quando in quel momento arriva un gesto che sembra mettere in discussione una certezza, scatta la reazione. Per alcuni è rabbia. Per altri è entusiasmo. Per altri ancora è stanchezza: “Possiamo almeno a Natale non litigare?”.
Eppure, il litigio arriva lo stesso. Perché la società oggi non ha più spazi neutrali. Anche il presepe, che dovrebbe essere spazio di pace, viene risucchiato nella polarizzazione. E quando la polarizzazione prende tutto, anche la fede diventa un hashtag.
Cosa succede adesso: fedeli, curiosi, e una polemica che non finisce con l’Epifania
Nei prossimi giorni, il presepe resterà esposto. Ci sarà chi andrà in chiesa apposta per vedere con i propri occhi. Ci sarà chi si fermerà un minuto, farà una foto e uscirà. Ci sarà chi pregherà davvero. Ci sarà chi commenterà a voce alta. E ci sarà chi, pur non condividendo la scelta, proverà a non trasformare tutto in una rissa.
La polemica, però, difficilmente si spegnerà con la fine delle feste. Perché qui non si discute solo di una statuina. Si discute di un modo di stare nel mondo. Di un modo di intendere la fede. Di un modo di intendere la tradizione. E quando entrano in gioco questi temi, nessuno fa un passo indietro volentieri.
Resta una domanda che pesa più delle altre: questa scelta ha avvicinato qualcuno al senso del Natale? O ha solo allargato le distanze? Forse entrambe le cose. Perché il presepe di Capocastello, nel bene e nel male, ha fatto quello che pochissimi simboli oggi riescono ancora a fare: ha costretto tutti a guardare. E a prendere posizione.
Conclusione: il Natale che divide (e la domanda che resta)
“Gesù Bambin@” e una Gesù bambina nella grotta: per alcuni è un segno di apertura, per altri un tradimento, per altri ancora una provocazione studiata. Ma il dato di fatto è che un presepe, quest’anno, è riuscito a fare più rumore di mille prediche. E ha mostrato quanto sia fragile la linea tra simbolo e scontro.
Alla fine, forse, il punto non è decidere se un presepe debba essere “sempre uguale” o “sempre nuovo”. Il punto è capire se siamo ancora capaci di parlare senza disumanizzare chi la pensa diversamente. Perché se il Natale diventa solo un’altra guerra culturale, allora abbiamo perso tutti. E non per colpa di una bambina nella grotta.
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Punti chiave
- Un presepe a Mercogliano presenta una Gesù bambina, generando controversie in tutta Italia.
- La scelta del parroco, don Vitaliano, mira a includere il tema di genere e a riflettere sull’attualità.
- La polemica si sposta rapidamente sui social, con reazioni che vanno dalla difesa della tradizione al sostegno per il cambiamento.
- Il presepe diventa un simbolo di divisione, mettendo in discussione il dialogo in una società polarizzata.
- La scelta di un ‘Gesù Bambin@’ tocca temi complessi, costringendo tutti a prendere posizione sul significato del Natale.
